La geografia dei volti in un progetto diffuso

La geografia dei volti in un progetto diffuso

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Nuovi racconti di “Oltre i campi ZeroSei” a cura di Fabrizio Floris

Basta correre, è il momento di vivere

Un progetto, racconta, Norma Gigliotti, «è fondamentalmente un atto di fede: “fa delle cose sperando che ne accadano altre”. Leggiamo fiabe in biblioteca sperando che i bambini le leggano ai genitori, offriamo merende bio al parco sperando che i genitori nutrano in modo più sano i loro figli, creiamo momenti d’incontro sperando che nascano amicizie. Non crediamo, speriamo, come la suora del libro di Ignazio Silone che ha perso la fede, ma in punto di morte alla consorella che le domanda: “credi tu?”, risponde “no, però spero”. È una speranza non data, ma da conquistare ogni giorno, lacrima dopo lacrima, caduta dopo caduta, gioia dopo gioia».
Siamo lungo la frattura che sta segnando l’Italia che non è più quella tra nord-sud e nemmeno quella tra est e ovest, ma tra città e provincia: i luoghi cosmopoliti e quelli ripiegati. La geografia del progetto Zero Sei si estende dentro i confini di sei comuni dove in primis bisogna fare i conti con strade, distanze, spostamenti tra paesi, frazioni, sobborghi e tutti gli effetti della dispersione urbana: l’auto privata, l’unidirezionalità verso il centro (Torino), l’incomunicabilità tra periferie. Qui è più facile percorrere i 15 km verso Torino che i 4 verso il paese vicino. Cumuli di villette gettate dal cielo come scatole di fiammiferi sono il sublime concentrato di isolamento sociale, di trionfo del particulare, di asfissia ideale, di delirio psicologico e di assuefazione al cattivo gusto: un monumento alla paranoia. Qui la gente appare avvolta nell’unica cultura analgesica e televisiva dei tronisti e degli chef, quella virtualmente urlata dei social, quella impaurita e chiusa. Gente scappata da Torino per vivere tranquilla che passa ore imbottigliata nel traffico, che pensava di andare a vivere in un paese e si è ritrovata in un sobborgo della città diffusa per effetto di quello che gli urbanisti chiamano lo sprawl urbano (dispersione). Creare momenti di incontro, connessioni è stato il primo passo vitale: snodo che ha avuto come centro persone che sono diventati i volti fisici in cui riconoscere questa epifania.

 

Tra cielo e terra

La strada per raggiungere quest’Insieme Zero Sei costeggia la palazzina di caccia di Stupinigi: un anello stradale che ricorda moltissimo il sacro Gra di Gianfranco Rosi. La Torino, Stupinigi, Orbassano è un luogo di pellegrinaggi, due file ininterrotte di persone che si sfiorano quotidianamente senza incontrarsi. Le prime vanno verso la donna del cielo: una statua della Vergine che un cartello stradale indica come luogo del miracolo di Stupinigi: nei pomeriggi si sente l’eco dei canti dei preganti in festa. Le seconde cercano le donne della terra: giovani di ogni colore e provenienza che offrono la concretezza della carne. La singolarità della situazione vuole che le due “donne” siano una di fronte all’altra, entrambe ferme, in attesa dei pellegrini. Il percorso per arrivarci è lo stesso, la strada è la stessa, ma a un certo punto i “pellegrini” si dividono c’è chi punta al cielo, con le sue incertezze e astrazioni; e chi punta alla terra, alle sue soddisfazioni che si consumano come i capitali delle borse ai tempi di Lehman Brothers. Da un lato la donna con il velo dall’altra quella senza veli (anche se in pieno inverno): una bellezza buttata in strada che agli occhi fa lo stesso effetto di una statua del Bernini tra i rifiuti di una discarica. Questa vicinanza tra questioni del cielo e della terra è troppo ravvicinata per non fermarsi a pensare: soffrire senza trovare risposte è il primo passo per entrare in un progetto.

 

Luigi e le ustioni della vita

Ci sono persone che sono state “ustionate” dalla vita: non le puoi sfiorare perché “saltano”. «La psicologa, racconta Luigi, mi dice che sono troppo reattivo, ma per me anche il soffio di una carezza è dolore. Ho perso strati di pelle è ormai chi mi si avvicina tocca carne e nervi. Sai il problema non è la sofferenza, ma il dolore a cui non sai dare una ragione (o un torto). Stare con una donna che ti odia, lasciarsi, fa parte del rischio dello stare insieme, del passare dall’essere uno di fronte all’altro, all’essere solo al fronte con l’altro. Ma privarti dei figli, vederli ammalarsi di questo odio, nutrirli di bile e rancore, mi sta mettendo in ginocchio. Sai penso spesso a quella frase: quando muoio seppellitemi in piedi. Sono restato in ginocchio per tutta la vita».

 

Il sonno di Andrea

Non ce la faccio, che ti posso dire, ho sempre sonno, mi deprimo perché vedo le cose che non riesco a fare, mi blocca quel senso di inutilità, il dover essere all’apice della carriera, per età e formazione, e ritrovarmi senza lavoro. Non è la disoccupazione a farmi pensare al peggio, ma è il peso del fallimento, la vigliaccheria che mi assale tutte le volte che, di proposito, evito tutti quei posti dove so di incontrare gente che conosco, perché non mi va di spiegare loro come stanno le cose (che cosa faccio, che cosa ho intenzione di fare, perché non vado via, perché vivo ancora nella stessa strada dove sono nato, perché dopo l’Università non ce l’ho fatta). Qui, al parco, sono venuto per caso, per caso tu mi hai rivolto la parola, per caso mi è venuta voglia di risponderti perché non parlo mai con nessuno, nessuno mi chiede niente, ma adesso, niente di personale, vaffanculo. Ça va sans dire.

 

La saggezza di Prosper

Quando vedo questi vostri paesi con così pochi bambini perso che forse Dio è malato, forse Dio ha dimenticato l’occidente, ricordi Tagore?: Quando nasce un bambino, è segno che Dio non si è ancora stancato dell’umanità. Forse non è malato, ma qui da voi si è stancato. Per fare figli ci vogliono incoscienza e coraggio e vi mancano entrambi: siete troppo calcolatori, ragionatori, tecnologici e tutti questi calcoli vi portano a valutare tutti i rischi e come per le medicine se leggi tutto quello che c’è scritto alla fine il farmaco non lo prendi. Lo so ci vuole responsabilità, ma non può essere una paura che ti blocca, devi essere consapevole, ma poi devi andare avanti, altrimenti che fai passi la vita a pulire il culo ai cani? Ma mi raccomando questo non scriverlo!

 

Le lacrime di Elisabetta

È mezzogiorno del 5 aprile quando sento l’eco di un pianto, un rumore profondo, soffocato, lo stesso pianto che avevo sentito a Mirafiori quando Jonko aveva dato un pugno in pancia alla madre. Due pianti, due donne e due bimbi nella pancia che forse (per simbiosi) piangono anche loro e sono lacrime che non si vedono, non vanno dall’alto in basso, inondano dentro e scorrono nel ventre, al di là della porta silenzio mentre persistiamo nel non sapere qualcosa d’importante: Kosmos makros chronos paradoxos.

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